17.08.2022
Ambiente
Il necessario presupposto della decarbonizzazione: verso la mobilità sostenibile
Il secondo punto del PTE prevede più trasporto collettivo, elettricità e carburanti ecologici

Il peso dei trasporti, soprattutto stradali, nelle emissioni nocive

Se la decarbonizzazione costituisce il naturale punto numero 1 delle strategie europee e mondiali di salvezza del Pianeta, l’investimento massiccio e di lungo termine sulla mobilità sostenibile ne rappresenta la prima, necessaria appendice. Anche solo rimanendo in Italia e in Europa, il settore dei trasporti è infatti responsabile di circa il 30% delle emissioni totali di anidride carbonica, di cui il 78% prodotte dal solo trasporto stradale. Non è dunque un caso che alle modalità ecologiche di mobility sia dedicato il secondo degli otto punti del Piano nazionale per la Transizione Ecologica (PTE).

Meno mobilità individuale, più treni e mezzi collettivi

Cosa fare allora per ridurre l’impatto delle emissioni dei trasporti? Prima di tutto occorre creare le condizioni perché circolino meno mezzi ad utilizzo individuale, e perché si utilizzino maggiormente modalità collettive, specie su rotaia. Nel nostro Paese il trasporto privato (macchine e motocicli) incide per circa il 56% delle emissioni complessive del settore (peso relativo aumentato di 3,4 punti percentuali dal 1990 al 2019) contro il 22% attribuibile agli autobus e ai trasporti pesanti (-9,6 punti percentuali di peso relativo nello stesso periodo). Le ferrovie contribuiscono invece in maniera assolutamente marginale, con un peso relativo (0,1%) che dal 1990 si è persino ridotto di circa 0,5 punti percentuali.

L’indispensabile ‘shift’ verso le forme di mobilità condivisa

Del resto, l’Italia, come altri Paesi europei, è ancora caratterizzata da una forte prevalenza della mobilità privata pari all'90% (6,3% invece l’incidenza della ferrovia) rispetto ad una media UE del 82,9% (7,9% il treno): una caratteristica che, se si vuole essere coerenti rispetto agli ambiziosissimi obiettivi di decarbonizzazione, da oggi al 2050 andrà profondamente modificata a favore della mobilità condivisa e collettiva. Si tratta di una necessità strategica che, sia detto di passaggio, alle ricadute ambientali associa un ulteriore vantaggio: la minimizzazione degli incidenti stradali, responsabili di più di 20 mila vittime all’anno in Europa e 3.000 in Italia. Si rende dunque urgentemente necessario identificare soluzioni per incrementare i livelli di appetibilità e fruibilità dei servizi collettivi di trasporto, favorendo in tal modo un effettivo ‘shift’ modale verso l’utilizzo del mezzo pubblico.

Dai carburanti fossili alla mobilità ‘net zero’

Investimenti sulle modalità di trasporto pubbliche e condivise, dunque. Ma al contempo necessità di sostituire completamente il parco mezzi, transitando dai veicoli a trazione carburante fossile a quelli che utilizzano fonti di alimentazione ecologiche: elettricità, idrogeno, biocarburanti. Sia la strategia europea che le misure nazionali coincidono infatti nel portare la mobilità all’interno di un quadro sostenibile, con almeno 30 milioni di veicoli elettrici in Europa e 6 milioni in Italia al 2030 (data prefissata per l’obiettivo di abbattimento del 55% delle emissioni nocive). In quest’ottica la prospettiva del ‘net zero’ viene estesa anche al trasporto navale ed aereo, così come si accentua la spinta su alta velocità e traffico merci su rotaia.

I numeri-obiettivo della mobilità sostenibile nel PTE

Il Piano nazionale per la Transizione Ecologica raccoglie dunque le sfide per la mobilità sostenibile già delineate sia nel Green Deal europeo che nel PNRR nazionale:

  •  almeno 30 milioni di veicoli a emissioni zero entro il 2030 e la quasi totalità per il 2050;
  • navi e aerei a emissioni zero fra il 2030 e il 2035;
  • raddoppio del traffico ferroviario ad alta velocità per il 2030 e triplicazione entro il 2050;
  • aumento del 50% del traffico merci su rotaia entro il 2030 e suo raddoppio per il 2050.

Ricerca, tecnologia, politiche industriali: la grande scommessa della mobilità ‘net-zero’

Si tratti di obiettivi di grande complessità, i cui presupposti tecnologici sono ancora in buona parte da scrivere e che quindi necessitano di enormi investimenti in ricerca e innovazione. In particolare, si rende indispensabile che la produzione di elettricità da fonti rinnovabili raggiunga almeno l’80% entro il 2050 e che la filiera industriale dell’automotive acceleri nello sviluppo di modelli convenienti, maturi nelle tecnologie e con adeguata capacità di accumulazione di energia (ad oggi solo il 2% dei trasporti via terra, mare e aria è alimentato dall’elettricità).  Così come richiede che la ricerca e lo sviluppo della tecnologia dell’idrogeno blu e verde faccia un definitivo salto di qualità in termini di sostenibilità e competitività. Accelerazioni e salti di qualità che dovranno essere accompagnati da strategie europee di politica industriale, nonché da un rafforzamento dei contributi statali nel settore del trasporto pubblico locale, così come già previsto nelle linee di intervento del PNRR.

Percorsi ciclo-pedonali e connessioni digitali: le mobilità alternative delle città ‘smart’ 

E poi c’è la vastissima questione delle forme di mobilità alternativa o sostitutiva: ciò vale per i percorsi pedonali e ciclabili così come per le infrastrutture digitali che rendono superflui gli spostamenti. È il tema urbanistico della ‘città di prossimità’ (o 'città dei 15 minuti') e delle smart city dove la disponibilità di condizioni fisiche e immateriali rende possibile collegare più adeguatamente le persone con il loro territorio, rendendo inutile il ricorso a mezzi inquinanti ed energivori. Perché gli investimenti sull’elettricità e i carburanti ecologici, così come quelli sulla mobilità condivisa, non potranno rivelarsi sufficienti se non integrati da una incisiva pianificazione urbana che favorisca la mobilità ‘dolce’ (pedonale e ciclabile) e la connettività digitale. Ecco allora spiegato perché la Missione 2 del PNRR impegna una delle poste più alte alla conversione ecologica della mobilità locale, sia ai fini della decarbonizzazione che per migliorare la qualità della vita attraverso il decongestionamento del traffico e la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico.

Il progetto ‘E-Mobility’ di Coopservice per la riduzione della Carbon Footprint aziendale 

Il Piano nazionale per la Transizione Ecologica attribuisce un ruolo decisivo alle imprese nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione. La conversione ecologica dei mezzi in dotazione rappresenta un passaggio obbligato in tale direzione. Il progetto ‘E-mobility’ di Coopservice punta alla conversione di buona parte della flotta dei veicoli aziendali, transitando dai tradizionali motori endotermici a quelli elettrici. Si tratta di un aspetto di notevole rilevanza dell’attività aziendale considerando che sono complessivamente 1.600 i veicoli in carico al Gruppo e che ammontano a circa 6 milioni di euro le spese annuali di carburante. Per questo ‘E-Mobility’ rappresenta una tappa importante nell’ambito delle iniziative per la riduzione della Corporate Carbon Footprint. Ma il progetto va oltre l’ambito strettamente gestionale, prevedendo possibili specifiche iniziative sulla mobilità elettrica rivolte a tutte le persone che lavorano in Coopservice.

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